FotonewsletterSept20

Desidero dedicare la Newsletter di Settembre a Parinamah, un affascinante termine sanscrito al quale viene associato il significato di cambiamento e/o di mutamento.
Come già sottolineato nelle precedenti Newsletters, i Sutra di Patanjali costituiscono un caleidoscopico substrato conoscitivo, aiutandoci nella riflessione e nella generazione di commenti e di riflessioni.
In particolare nel verso YS III.13 Patanjali asserisce che ”il mutamento degli stati mentali può essere classificato secondo dharma, laksana e avastha”.
La parola polisemantica Dharma, nell’ambito dei sutra commentati da Vyasa, designa le qualità di uno specifico stato mentale e/o di un determinato oggetto conoscitivo; laksana e avastha indicano i rispettivi stati temporali (presente, passato e futuro) e le condizioni caratterizzanti tali stati mentali e/o oggetti conoscitivi. Per comprendere meglio quanto espresso, a titolo esemplificativo si prenda in considerazione un vaso; in particolare:

  • Dharma si riferisce al vaso il quale allo stato potenziale si trova nell’argilla;
  • Laksana si riferisce al vaso che può esistere nel presente e/o può essere esistito nel passato e/o esisterà nel futuro;
  • Avastha si riferisce ad un vaso in buone o cattive condizioni.

Il complesso tema del mutamento è strettamente intrecciato come un nastro di Moebius, con la teoria satkaryavada la quale risulta condivisa sia dallo Yoga che dal Samkhya, due delle sei scuole filosofiche indiane, chiamate Darshana. Darshana allude a quella visione della realtà, fenomenica e divina, che i saggi e gli asceti hanno conseguito grazie alla rispettiva disciplina spirituale e contemplativa.
Secondo la teoria satkaryavada, poiché ogni effetto è già presente all’interno della propria causa, la realtà manifesta risulta essere semplicemente una trasformazione della causa ultima, che funge da substrato eterno e omnicomprensivo. Tale substrato viene denominato dharmin.
Mi scuso se nel paragrafo successivo enfatizzo dei concetti comprensibili solo da coloro i quali hanno approfondito il Samkhya e l’opera Samkhyakarika di Ishvarakrishna, all’interno della quale nel verso IX, si legge appunto che la causa incorpora l’effetto; mi ricongiungerò poi immediatamente al fil rouge che sottende la Newsletter senza richiedere delle specifiche competenze in materia ma solo il vostro interesse (spero) ed intuito.
Gli studiosi del Samkhya riconosceranno nella prakrti e nella sua configurazione espressiva rappresentata dai guna, il substrato dharmin. L’immagine del movimento costante caratterizzante i guna induce a riflettere sulla natura intrinseca della realtà fisica e psichica; in particolare, quella natura si identifica con il continuo processo di cambiamento e il mutamento si riferisce alla variazione delle qualità, delle condizioni e degli stati di prakrti. Un albero di mele può giungere al termine del proprio ciclo vitale dissolvendosi nella prakrti, per poi riapparire, alimentando una nuova nascita e assumendo le peculiarità di un albero di pere e/o di albicocche…

Il filosofo Surendranath Dasgupta, all’interno della sua celebre opera, The History of Indian Philosophy, (1922, pag. 257) afferma:
La produzione degli effetti corrisponde solo ad un cambiamento interno dell’ordine degli atomi (anu) nella causa e questo è insito in forma potenziale; così è sufficiente un piccolo allentamento delle barriere che avevano ostacolato il verificarsi di tale cambiamento o ri-arrangiamento perché si verifichi il nuovo ordine – l’effetto. Tale dottrina è definita come satkaryavada, termine grazie al quale si deduce che karya o effetto è sat ovvero esistente anche prima che inizi l’operazione che lo causerà…”.
Si osserva come secondo due ulteriori scuole filosofiche Darshana, Nyaya e Vaiseshika, l’effetto non risulta dimorare in un unico e onnipervadente substrato; esso si manifesta in un insieme di cause multiple e separate. La teoria satkaryavada si discosta inoltre dal buddismo di Vasubandhu (Abhidharmakosa-bhasya, V d.c.) e da altre correnti buddiste secondo le quali non sussiste alcun substrato ultimo, eterno ed autonomo che pervade gli stati temporali della realtà manifesta. Quest’ultima appare come un flusso di momenti transitori e al tempo stesso interdipendenti, nella quale si può assistere ad un processo di cambiamento che impatta le qualità, gli stati e le condizioni, senza tuttavia presupporre l’esistenza di un dharmin.

Alla luce di quanto espresso, è interessante sottolineare come la teoria satkaryavada si avvicini all’impianto filosofico dell’eleate Parmenide, secondo il quale è impossibile implementare una “creatio ex nihilo”, poiché è impossibile transitare dal non essere all’essere. Nel celebre poema “Sulla Natura” Parmenide affermando l’impossibilità del non-essere, reinterpreta il mondo fenomenico alla luce di tale asserzione; non nega la realtà delle entità che divengono, ma esclude l’implicazione del non-essere.
Tale prospettiva permea anche la Chandogya Upanishad, nei cui versi 6.2.1 e 6.2.2 si celebra l’unitarietà dell’Essere senza la contemplazione di uno stato di Non Essere; e si ritrova anche all’interno della Svetasvatara Upanishad, nei cui versi 1.15 e 1.16 viene descritto l’Atman onnipervadente: “Come l’olio nei semi di sesamo, il burro chiarificato nel caglio, l’acqua nei rivoli che scorrono sottoterra e il fuoco negli arani, così quell’Atman viene realizzato da colui il quale lo percepisce grazie alla verità e tramite l’ascesi”.

Si citano infine due versi significativi del quarto Capitolo degli Yoga Sutra, nei quali la metafisica di Patanjali appare quanto mai profonda e ispiratrice, alla luce di quanto sottolineato.
YSIV:11: Hetu phala ashraya alambanaih sangrihitatvat esham abhave tad abhavah
 “Essendo le azioni e le conseguenze i principi del karma, legate insieme, in quanto causa e effetto, gli effetti svaniscono allorché scompaiono le cause”.
YSIV:12. atita anagatam svarupato ‘sti adhvabhedad dharmanam
“Passato e futuro esistono nel presente, tuttavia non sono sperimentati nel presente in quanto sussistono su piani diversi”.
La teoria Satkaryavada permea i samskara e gli stati temporali. I samskara vengono resi obsoleti e improduttivi nel momento in cui la loro matrice causale costituita dalla mente, dalla motivazione e dall’oggetto di consapevolezza viene meno. Il passato e il futuro esistono nel presente non come entità separate da quest’ultimo, ma sotto forma di presenza latente…

Per qualche istante proviamo a chiudere i nostri occhi e ad immaginarci nell’atto di compiere la nostra amata pratica yogica quotidiana. Alla luce della teoria Satkaryavada, forse potremmo osservarci nell’atto di esplicitare delle intenzioni latenti, auspicabilmente in linea con l’ottuplice sentiero di liberazione Ashtanga, già sedimentate in delle ancestrali e primordiali fondamenta spirituali che di volta in volta possono scegliere se manifestarsi nella danza ritmica delle asana e/o del respiro…e/o rimanere latenti e silenziose ma pur sempre vive e presenti nella sadhana.

  Hari Om Tat Sat

Gaia