Psicologa e Psicoterapeuta
“In Oriente, l’uomo interiore ha sempre avuto un tale potere sull’uomo esteriore che il mondo non ha mai avuto la possibilità di strappare questo dalle sue intime radici; in Occidente al contrario l’uomo esteriore è venuto talmente alla Ribalta che si è estraniato dalla sua natura più interiore. L’Occidente cerca sempre l’elevazione, l’Oriente immersione o l’approfondimento. La realtà esterna con il suo spirito di corporeità e di gravità sembra ferrare l’europeo assai più forte e più intensamente che l’indiano. Perciò il primo cerca di elevarsi sul mondo, mentre il secondo torna volentieri nelle materne profondità della natura.” (Coward E., Jung e il pensiero Orientale, Vivarium 2005)
Nella mia esperienza clinica ho riscontrato sovente come la capacità di disidentificarsi dall’apparato mentale e corporeo, apprendendo l’arte di osservarsi dall’esterno, nella veste di un testimone, permette all’individuo di attribuire alla diade corpo-mente le qualità di uno strumento conoscitivo, teso a trascendere la realtà puramente sensoriale. In tal modo, si può assecondare un intimo richiamo all’appartenenza ad un “Tutto” e/o ad un “Omnicomprensivo” che può sfociare eventualmente in una vera e propria ierofania, ovvero una autentica manifestazione divina, promuovendo affascinanti itinerari nei metaspazi del cuore. Sono lieta di condividere con voi una luminosa e possente fonte di ispirazione per il mio lavoro rappresentata dai versi del seguente mantra, leggibili sia all’interno della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad che nella Īṣa Upaniṣad:
Oḿ pūrṇam adaḥ pūrṇam idaḿ
pūrṇāt pūrṇam udacyate
pūrṇasya pūrṇam ādāya
pūrṇam evāvaśiṣyate
Om Shantih Shantih Shantih
Pieno è quello, pieno è questo. Dal pieno nasce il pieno. Pur traendo il completo dal completo, completo quello rimane.
L’essere parmenideo si avvicina ontologicamente al “purnam” celebrato in questi antichi e leggendari testi. Saggezza e filosofia greca si incontrano con quella upanisadica, sprigionando dei “prakash” ovvero dei bagliori, dei frammenti di luce divina che permettono di far dialogare gli insegnamenti provenienti da degli ambiti culturali diversi. D’altro canto come affermava C.G Jung la psiche umana è stata costituita in ottemperanza ad un certo grado di armonia con la struttura dell’universo; ciò che accade nel macrocosmo, accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima! Si riconosce dunque alla psicologia analitica junghiana un importante contributo per quanto concerne sia l’insopprimibile ricerca del significato dell’esistenza umana, sia l’audace rotta percorsa dalle vie dell’anima nel trascendere la propria finitezza.
“Nelle mie tenebre non avrei potuto desiderare nulla di meglio di un vero, vivente “guru”, qualcuno che possedesse conoscenze e abilità superiori e potesse districare per mio conto le involontarie creazioni della mia fantasia. Questo compito fu intrapreso da Filemone che, per questo aspetto, dovetti riconoscere, volente o nolente, come mio psicagogo. E infatti egli mi comunicò diversi pensieri illuminanti. Più di quindici anni dopo mi venne a far visita un indiano, un uomo anziano assai colto, amico di Gandhi, e parlammo dell’educazione indiana e in particolare del rapporto tra “guru” e “chelah“. Con esitazione gli chiesi se poteva dirmi nulla circa il carattere e la personalità del suo “guru“, al che egli, con tono di chi parla di dati di fatto, rispose: ‘Oh, sì, era Shankaracharya’. ‘Non vorrete dire il commentatore dei Veda, che morì secoli fa!’ osservai. Con mia sorpresa disse: ‘Sì, certo, proprio lui. ’Chiesi: Ma allora vi riferite a uno spirito?’ ‘Naturalmente, si trattava del suo spirito’ confermò. In quel momento mi ricordai di Filemone. ‘Ci sono anche guru spirituali’ aggiunse. ‘La maggior parte ha come guru degli uomini viventi, ma c’è sempre qualcuno che ha uno spirito come maestro.’ Questa notizia mi illuminò e mi rassicurò al tempo stesso. Evidentemente, allora, io non ero stato sbalzato fuori dal mondo umano, ma avevo soltanto avuto un tipo di esperienza che poteva capitare ad altri che facessero sforzi simili.” (C. G. Jung, Sogni, ricordi, riflessioni, BUR Rizzoli, 1998)
“Il naturale processo di individuazione conduce alla consapevolezza della comunità umana,
proprio perché ci rende coscienti di quell’inconscio che collega tra loro tutti gli uomini ed è a tutti comune.
L’individuazione è una unificazione con sé stessi e nel contempo con l’umanità di cui l’uomo è parte.”
(C.G. Jung, Opere, Volume XVI)
Questo sito utilizza cookie tecnici necessari al suo funzionamento.
Non utilizziamo cookie di profilazione o di terze parti.
Puoi accettare, rifiutare o personalizzare i cookie premendo i pulsanti desiderati.
Chiudendo questa informativa continuerai senza accettare.