Desidero dedicare la Newsletter di Maggio ad uno speciale albero, l’albero cosmico, in sanscrito Aśvattha, (fico strangolatore – Ficus Religiosa e/o baniano – Ficus Indica), il cui simbolismo di natura cosmica e vitalistica è stato approfondito sin dalla seconda metà dell’800 in svariegati ambiti religiosi e culturali. Siddharta Gautama ricevette l’illuminazione ai piedi di questo albero (chimato di Bodhi) a Bodh Gaya, nell’odierno stato del Bihar.
Aśvattha identifica un albero rovesciato, rappresentazione allegorica del Brahman. Le sue radici sono in alto, protraendosi verso tutto ciò che non è manifesto, aviakta, mentre i suoi rami sono rivolti verso il mondo fenomenico. In particolare, lo si ritrova con tale attributo semantico all’interno di due Upanisad, Katha e Maitrī:

Katha Upanisad, 6.1:
“Questo aśvattha perenne ha le radici in alto e i rami in basso.
Esso solo è brillante/splendente, esso è il Brahman, esso solo è chiamato immortale.
Su di esso si fondano tutti i mondi e nessuno mai lo supera. [Ecco] questo è invero quello!”
Maitrī Upanisad, 6.4,
“Il supremo Brahman con i suoi tre piedi ha le sue radici rivolte verso il cielo i suoi rami sono l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra e il resto. Questo Brahman si chiama Uno, Aśvattha e il suo splendore è sole lassù e quello stesso della sillaba Om.”

Interessante sottolineare come anche Platone nel Timeo, presenti l’immagine dell’albero rovesciato, isomorfico con le parti del corpo umano eretto. La capigliatura umana corrisponde alle radici; i piedi corrispondono alla chioma arborea. Platone scrivendo che la parte dell’anima più elevata risiede nella parte superiore del corpo, equiparata alle radici di una pianta celeste, sembrerebbe rielaborare e trasmettere alcuni principi upanisadici, confermando l’ipotesi di una sapienza indoeuropea formatasi anteriormente all’etnogenesi dei popoli ellenici.

All’interno del capitolo XV della Bhagavad Gita, 15.1-5, riappare l’albero eterno:
“Krishna disse: Si dice che c’è un albero eterno, Aśvattha le cui radici sono in alto e i rami verso il basso, le cui foglie sono canzoni sacre e colui che le conosce, conosce i Veda. I rami di tale albero si estendono sia verso l’alto che verso il basso; si sviluppa tramite le tre guna e i suoi germogli sono i vari; le sue radici si diffondono anche verso il basso dando così origine alle azioni nel mondo degli umani. Che il saggio recida con la affilata spada del distacco questo albero così fortemente attaccato dalle radici, e cerchi quel sentiero del non ritorno, cercando rifugio da quello Spirito Eterno da cui il corso della creazione ha avuto origine”.
Tra le varie interpretazioni attribuite ai versi relativi alla recisione dell’albero, in questa sede si annovera quella secondo cui la determinazione e il distacco sono necessari per superare gli attaccamenti terreni, incamminandosi verso la conoscenza del Purusha supremo, il Purushottama.

 Date queste premesse, capiamo quanto Aśvattha sia intimamente legato alla vita dei praticanti di yoga. I suoi connotati semantici e simbolici, possono ispirarci nell’atto di rinascere come degli arbusti le cui radici attingono dalle vette più alte della coscienza spirituale, pur riconoscendo un substrato materico con cui eminentemente interagiamo seguendo le leggi karmiche.
La postura vrksasana, diventa un trait d’union tra la manifestazione prakritica dell’esistenza e la capacità di trascenderla, indirizzando le nostre visioni, Darsana, verso nuove vette dell’empireo ciel.
L’albero si colloca in uno sfondo di fioritura meravigliosa, contraddistinto dalla “viriditas”, il verdeggiare primaverile, che già dalla fine di Marzo, ha risvegliato le nostre attitudini, rendendo manifeste le potenzialità più recondite e nascoste.
La radice etimologica vir appare nel termine sanscrito virat, che denota l’eroe; appare anche nel termine sanscrito virabadrasana, che indica l’asana del guerriero, auspicabilmente svolta personificando l’attitudine di un eroe spirituale!

Per libera associazione, tendo a visualizzare tutti noi, alla stregua di veri e propri eroi, virat, nell’atto di affrontare l’emergenza del COVID-19, coniugando le nostre azioni con gli Yama e i Niyama.
Ci ritroviamo così immersi nel colore trasformativo per eccellenza, il verde, il quale accompagna l’incipit vitale espresso dalla Primavera, al tempo stesso permeando il meraviglioso albero Aśvattha, nonchè la nostra capacità di evolverci alla stregua di arbusti spirituali!

Hari Om Tat Sat
Gaia