Psicologa e Psicoterapeuta
Nel sacro e santo Natale
offriamo simbolicamente
la nostra pratica yogica dipinta d’oro,
le nostre preghiere profumate di incenso,
i nostri sacrifici cosparsi di mirra
alla magnifica Stella di Betlemme!
Mi accingo a scrivere la newsletter di Dicembre invitando tutti noi a rivolgere gli occhi al cielo e ad intraprendere un viaggio alla ricerca della Stella di Betlemme, riflettendo in merito alla salienza di quegli attimi della nostra vita in cui riusciamo a cogliere e a vivere la presenza dei nostri maestri spirituali.
Spesso ci ritroviamo geograficamente lontani dai luoghi dove abbiamo inaugurato un processo di catarsi senza essere in grado di preservarlo nella vita quotidiana; coloro che ci hanno aiutato ad incamminarci lungo il sentiero dell’autoconsapevolezza non sono più fisicamente presenti…a volte ci sentiamo soli e smarriti proprio come Dante prima del suo incontro con Virgilio “O de li altri poeti onore e lume, vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume…”
In che modo lo Yoga può supportarci e guidarci in tali momenti?
Attraverso l’autodisciplina e la perseveranza nella pratica arricchita dall’ascolto della propria voce interiore che ci indirizza verso l’unione tra il corpo, la mente e lo spirito.
Ciascuno può iniziare la propria sessione di Yoga scegliendo delle posture confortevoli (sukkhasana, siddhasana e/o loto), concentrandosi sul suono della respirazione e pronunciando mentalmente So durante l’inspirazione Hum durante l’espirazione, rendendo più intima l’atmosfera grazie all’utilizzo di incensi e candele. Si può continuare a immergersi in tale sinfonia e/o iniziare le asana concludendo il ciclo con degli esercizi di pranayama, seguiti dalla fase di savasana (rilassamento) e da una sessione dedicata alla meditazione.
Si possono chiudere gli occhi sintonizzandoli con gli occhi di coloro che ci hanno insegnato a vivere e a fronteggiare la vita secondo i principi etici degli yama e dei niyama.
L’arte della visualizzazione viene trasmutata in azione grazie al drishti (sguardo) che ci guida durante le classi di Yoga; l’”azione-intenzione” di connetterci ai nostri maestri spirituali si cristallizza in uno sguardo profondo che può ulteriormente elevarsi orientandosi al Kutashta Chaitanya, ovvero a quel sacro punto ubicato tra le due sopracciglia, sede degli strati di coscienza superiore.
Ispirata dal periodo natalizio che ci sta accompagnando, desidero condividere con voi la cara e familiare immagine dei re Magi – Melchiorre, Gaspare e Baldassarre – al cospetto della culla di Gesù; i doni dei re Magi simboleggiano il nutrimento spirituale offerto a tutti gli abitanti di Betlemme, città il cui significato letterale è “casa del pane”.
I doni dei Magi mi portano a creare delle associazioni con quello straordinario impegno e quella consolidata audacia che spesso sottendono la nostra attitudine di praticanti yogici.
Tale substrato di impegno e di audacia rappresenta il nutrimento che può attivare dei nuovi cicli di ricerca interiore, in linea con il significato simbolico dell’oro, dell’incenso e della mirra.
Mi diletto a sognare ad occhi aperti (sperando mi seguiate in questa esperienza!) osservando i nostri maestri spirituali e/o le nostre guide i quali emettono delle voci limpide e delle onde sonore mistiche che attraverso un processo di metamorfosi vengono sublimate in una Stella, dolcemente rievocata da Pasternak “e li accanto, sconosciuta prima d’allora, più modesta di un lucignolo alla finestrella di un capanno, tremava una stella sulla strada di Betlemme”.
La meravigliosa Stella d’Oriente illumina coloro che le hanno rivolto la propria fede,
lasciandosi guidare dall’intuito più profondo.
La stella di Betlemme può aiutare gli yogi e le yogini a non lasciarsi sopraffare dall’oscurità delle afflizioni – klesha – descritte da Patanjali negli Yoga Sutra con ingegnosa maestria e senso pragmatico (Yoga Sutra II.3) che vengono così sintetizzate: avidya: ignoranza, asmita: illusione della personalità, raga: attaccamento, dvesa: avversione, abhinivesa: ostinazione vitale.
Spesso rivolgiamo spasmodicamente l’attaccamento verso un luogo/persona sacro/sacra, e/o idolatrato/idolatrata.
Secondo gli insegnamenti dello Yoga, tale attaccamento deve essere trasformato e convertito nella convinzione di essere in grado di fortificare/incontrare quel luogo/persona ideale nel nostro cuore.
L’attaccamento nella letteratura psicologica viene spesso menzionato con riferimento alla teoria sviluppata da Bowlby in merito alla natura del legame tra il bambino e il proprio caregiver; a seconda che tale legame sia sicuro, insicuro evitante e/o resistente nei confronti/alla presenza del caregiver, si genera una trasmissione dello stesso codice di condotta tra la futura mamma e il suo bimbo, andando così ad attivare un circolo non sempre virtuoso a livello transgenerazionale. Spesso proprio in virtù di tale precoce attaccamento in una delle sue diverse declinazioni, non riusciamo a far riemergere l’autenticità di quel piccolo sé racchiuso in ciascuno di noi; l’anima individuale, la Jiva ahimè tace dimenticata negli abissi delle false auto-percezioni e ossessionanti rimuginii.
Immergendoci in immagini ispiranti e coinvolgenti sia esperite dal vivo quando siamo immersi nella natura, sia rievocate attraverso l’immaginazione e dedicando una pratica yogica a qualcuno, aiutiamo la nostra anima Jiva a ritrovare gradualmente il proprio spazio di espressione.
La voce dei maestri spirituali si alterna così a dei momenti di sacro silenzio in cui si attua la nostra rinascita interiore.
E in quell’attimo fuggente, colui o colei che sognano si rendono visibili a sé stessi, liberandosi dal velo di Maya…

ૐ Hari Om Tat Sat ૐ
Gaia & Hector
Auguri luminosi a tutti voi! Lasciamoci guidare dalla Stella di Betlemme!
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