Edipo

Amor Fati: spunti dall’Edipo a Colono e dalla Bhagavad Gītā

Edipo e il suo mito hanno da sempre accompagnato le letture e le rivisitazioni e/o le interpretazioni di alcuni eventi significativi nella storia dell’umanità.
Del resto il mythos (μῦθος, “parola”, “racconto”) si fonde con l’azione, ovvero con la rappresentazione diretta [1] dello stesso sia nell’ambito di un palcoscenico teatrale sia nei momenti peculiari che costellano la nostra quotidianità. Si pensi alle scene esistenziali che vengono riproposte all’attenzione degli spettatori nell’affascinante e suggestivo teatro greco di Siracusa e che dagli stessi vengono ri-vissute nelle rispettive attività quotidiane, le quali a livello simbolico si ricongiungono con il palcoscenico originario nel quale hanno trovato un luogo di accoglienza.
Sulla scia dell’influenza della psicoanalisi classica freudiana, nella quale Edipo si pone come mito fondante, è stata posta particolare enfasi sull’azione del parricidio, commesso dal figlio per soddisfare il proprio desiderio incestuoso di unirsi con la madre. La nozione greca di “destino eroico” è stata abbandonata per lasciare spazio alla immagine freudiana del bambino “perverso e polimorfo”.
Grazie alla rivisitazione dei molteplici e complessi nuclei psicologici che pervadono la figura di Edipo, ci si è potuti incamminare lungo un sentiero di conoscenza dello stesso più approfondito, assumendo una sguardo diverso, proprio alla stregua di quanto Edipo a Colono [2] ha esperito e messo in pratica.
Si può quindi accogliere la prospettiva di una psicologia basata sulle relazioni oggettuali (laddove le relazioni analizzate riguardino il soggetto e le persone esterne, come accade nel mondo freudiano), e/o la prospettiva di una “psicologia coscienziale” laddove sono protagoniste le relazioni tra le dimensioni consce e quelle inconsce dell’individuo, come accade nell’orientamento junghiano.
A tal riguardo, si osservi come le tematiche concernenti la perversione potenzialmente attuabile tra i membri familiari e/o all’interno di un clan sociale possono travalicare i limiti posti dalla classica teoria freudiana edipica, collocandosi in una dimensione più ampia concernente gli strati più profondi dell’inconscio. Ecco che sulla scia di ciò, dal mito si transita verso l’azione e dall’azione ci si incammina verso la ricerca di un sé più autentico.

I tre passaggi, mito-azione-ricerca dell’autenticità del proprio sé, fluiscono l’uno nell’altro, accogliendo poi un quarto osservatore rappresentato dalla nostra capacità assertiva di osservarli nel loro fluire in un comune destino di appartenenza all’intera umanità.
Grazie ad Edipo ci si può incamminare in una dimensione che va al di là delle categorie kantiane a-priori dello spazio e del tempo.
Alla luce di ciò, si conviene come i miti, presentando delle storie emblematiche che affrontano dei temi universali, più che realistici devono essere considerati archetipici! I miti devono essere riconosciuti come dei veicoli di trasmissione archetipica.
Seguendo tali premesse, Edipo non appare più solo come un uomo colpevole di parricidio e di incesto, ma si presenta come un bambino che non avendo ricevuto le attenzioni e le cure genitoriali, diviene a tutti gli effetti la vittima sacrificale di un abbandono doloroso e spietato (ricordiamo come Laio, il re di Tebe, avesse ordinato di esporre Edipo appena nato sul monte Citerone avendo appreso dall’Oracolo che sarebbe stato ucciso dal figlio generato con Giocasta).

Edipo appare dunque più prossimo ad una dimensione di homus tragicus e il tema del parricidio lascia spazio a quello del figlicidio!

Edipo, all’interno della tragedia Edipo re [3], sembra essere soggetto ad una forza ineluttabile a cui l’individuo non può sottrarsi nemmeno compiendo degli sforzi sovrumani. Tale “forza” veniva immaginata nel mondo greco tra le divinità pre-olimpiche come Tyche. Tyche, una delle Oceanidi, entità immateriale e cieca, interveniva modificando l’esistenza umana insensibile alla stessa e alle sue aspettative. Era dotata di un forte potere come quello delle Moire e della triforme Ecate che si dimostrava più forte del governo di Zeus [4].
Edipo sembra essere la personificazione tragica di una esistenza in cui l’inconscio imperversa e padroneggia, senza la possibilità di creare un dialogo con la coscienza. All’interno della tragedia è possibile scorgere dei momenti salienti rappresentativi di tale stato che si presenta come una fatalità che giunge da lontano alla quale non ci si può opporre!
Ad Edipo capita infatti di essere “esposto” sul Monte Citerone, capita di incontrare ad un bivio uno sconosciuto (il padre Laio) che poi uccide, capita gli venga data in omaggio una regina (la madre Giocasta) dopo essere riuscito a decifrare l’Enigma della Sfinge.
Come insegna Jung è importantissimo ricercare un equilibrio tra la dimensione conscia e la dimensione inconscia che compensi l’estremizzazione verso l’una e/o l’altra: il Conscio e l’Inconscio non devono negarsi a vicenda, ma devono reciprocamente supportarsi. Scriveva Jung (1961/1992) all’inizio della sua autobiografia: “la mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”.
Quando la coscienza è in contatto con la sfera inconscia, i contenuti della missione esistenziale vanno a coincidere con un destino umano non più sovrastato dal Fato, ma da esso stesso accolto!
L’immagine arcaica greca del Fato può così essere accostata a quella concernente il desiderio di autonomia e di libertà dell’uomo, incarnato dal pragmatismo romano nella celebre frase: faber suae quisque fortunae…

Forse Edipo rappresenta proprio tale passaggio nevralgico nel quale si transita da uno stato in cui ci si sente totalmente fagocitati dal Fato ad uno in cui si inizia a divenire protagonisti del proprio destino.

In tale passaggio non si dovrebbe tuttavia ripudiare il Fato, ma lasciare che lo stesso accompagni e/o sia accompagnato dal destino. Ciò risulta quanto mai sfidante in una società che oscilla da uno stato di pessimismo sostanziale quando si percepisce un forte stato di impotenza dinnanzi alla ineluttabilità del Fato, ad uno in cui ci si sente invincibili e pervasi da hybris, quando l’energia vitale dell’asserzione latina porta gli uomini a conseguire i propri successi, sentendosi protagonisti indiscussi del proprio destino.

Sarebbe auspicabile impegnarsi nell’alimentare la nascita di un Amor Fati una condizione dell’esistenza in cui la coscienza animica possa dialogare con quella eroica, e in cui il  Fato e il destino possano intrecciare le proprie espressioni vitali!

Ci si ritroverebbe così al cospetto di una ulteriore concezione del Fato, termine dalla cui radice etimologica indoeuropea, si dipartono due filoni di significati, l’uno che riguarda la parola, l’altro che include l’idea della luce. Il Fato può quindi essere associato alla “parola del dio che illumina e rivela”[5], nonché alla manifestazione di quello che l’essere è.
Si ricorda come il Fato particolarmente vivo nel racconto omerico, abbia origine in tempi più remoti, (che risalgono al V millennio a.C.), laddove “delle antichissime civiltà hanno tracciato i lineamenti colossali di una astronomia arcaica basata su una visione unitaria del cosmo [6]”.
Riscoprire l’Amor Fati potrebbe ricondurre ad una visione del cosmo non più dominata da una coscienza dogmatica e razionale bensì unitaria e omnicomprensiva in cui ci si sente in una relazione costante con l’Anima Mundi, trascendendo la dicotomia parmenidea dell’essere verso il non essere.
Riscoprire l’Amor Fati dal punto di vista della psicologia analitica junghiana condurrebbe l’uomo verso la ricerca di una autentica relazione tra l’io e l’inconscio, ponendo le fondamenta per un dialogo tra l’Io e il Sè, che costituisce l’asse portante del processo di individuazione.
In particolare, l’essere ispirati dalla “parola del dio che illumina e rivela” può condurre verso un ampliamento della coscienza che emerge dagli strati profondi della psiche, “una coscienza inconscia”, una coscienza del Sé che si accende in dei molteplici nuclei luminosi (Jung, 1947/1954) [7]. Le immagini dell’io ampliano così i propri orizzonti.
L’inconscio non è più alla stregua di un oggetto da studiare, ma diviene un “soggetto che chiede di essere guardato e ascoltato [8]”.
Ancora Jung (1934/1954) afferma: “Non esiste contenuto della coscienza che non sia inconscio sotto un altro aspetto. E forse non esiste neppure psichismo inconscio che non sia al tempo stesso conscio [9]”. 

Individuarsi secondo Jung travalica il divenire coscienti di ciò che siamo; individuarsi comporta il passaggio ad una coscienza simbolica, salvata dall’irrigidimento nella dimensione razionale in cui la cultura occidentale l’ha costretta [10] e aperta ai misteri inconoscibili della rivelazione e alla ulteriorità di senso che l’inconscio racchiude [11].
Ecco che il vivere sentendosi oppressi da un destino inesauribile, potrebbe trasformarsi in un’opera ritmica, in cui si partecipa al fluire di forme esistenziali sovrapersonali; in termini yogici attraverso le tecniche di Prāṇāyāma che alternano Pūraka e Rechaka, l’inspirazione e l’espirazione si sente una consonanza con il ritmo respiratorio dell’universo; il soffio vitale dell’essere individuale, si coniuga così con Brahman! Si aprono degli scorci prospettivi negli sguardi umani; come ci insegna Panikkar (2004): siamo coscienti di una triplice esperienza: sensibile, intellegibile e spirituale. L’esperienza mistica è in relazione diretta con la totalità della condizione umana”.
Il destino, accompagnato da un sentimento di ineluttabilità si trasforma così in un progetto di sviluppo delle proprie potenzialità, che al di là delle leggi di Chronos, riesce a tessere una trama preziosa in cui i propri frammenti di anima individuale si ricongiungono con l’anima universale…
Il destino può anche essere vissuto alla stregua di una vocazione alla quale immemori ci si ricongiunge seguendo il mito platonico di Er; …le anime che hanno già concluso il loro viaggio ultraterreno, sono condotte in un luogo divino dove vedono una luce simile all’arcobaleno, che irradia il cielo nel quale è sospeso il fuso di Ananke [12], che regge tutte le cose e tutte le cose governa. A lei sono strettamente connesse le tre figlie [13] anche loro impegnate a definire e assegnare il destino futuro degli uomini. Le anime vengono allora disposte in fila da un araldo, che mostrava i possibili modelli di vita futura pronunciando il seguente discorso:
«Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a una nuova morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il Dio non è responsabile [14]».

Il tema della vocazione – genius per i latini, daimon per i greci, “angelo custode” per i cristiani – può essere approfondito anche attraverso le lenti dell’Induismo  nel quale dimora la dottrina del ciclo delle rinascite, il samsāra, che segue la legge nota come “legge del Karma“.
In base a quest’ultima, ogni azione dell’individuo senziente può essere la causa di conseguenze che vincolano il suo corpo trasmigrante a tornare in vita dopo la morte del corpo fisico. La liberazione moksha dal ciclo delle reincarnazioni, è il fine ultimo dell’Induismo.
Il principio vitale immortale che sopravvive al corpo, l’Ātman, si incarna in un’anima individuale Jīva, secondo delle condizioni karmiche che fluiscono nel ciclo del samsāra. Tale principio proprio come una ghianda che contiene in sé in potenza la quercia [15] racchiude in sé stesso le caratteristiche e le vicissitudini che caratterizzeranno l’esistenza umana, le quali dipendono dalla qualità delle azioni seminate dall’anima nelle vite precedenti. L’uomo è il frutto del seme del Karma; l’esistenza è un destino in cui l’essenza spirituale individuale sceglie di canalizzarsi, spinta dalla necessità e dal desiderio di migliorarsi, tornando poi ad una unità primigenia. Tale risulta essere l’immagine del destino che emerge sia nell’Induismo che nella filosofia platonica.
Leggendo il celebre poema epico Bhagavad Gītā si entra in coniunctio con il dilemma fondamentale di ogni essere umano, il quale da sempre si è interrogato in merito a come conciliare il proprio agire quotidiano con la legge morale. Il principe Arjuna si trova in una situazione ardua e complessa: egli è a capo di un esercito e dall’altra parte nel campo di battaglia vede schierati i suoi stessi consanguinei. Kṛṣṇa espone ad Arjuna la dottrina del Karma Yoga, invitando il suo discepolo a seguire la via dell’azione disinteressata e distaccata dai frutti dell’azione stessa, aderendo al proprio dovere sociale (svadharma). Arjuna viene poi sollecitato a consacrare ogni impresa a Kṛṣṇa stesso, in quanto Dio: l’impegno sociale viene reinterpretato in un’ottica sacralizzata. L’agire disinteressato, in accordo col proprio ruolo sociale, diventa quindi un atto sacrificale col quale l’uomo rende a Dio ciò che Dio ha creato.

“Ma colui che, padroneggiando i sensi mediante la mente, intraprende con distacco la pratica dello Yoga dell’azione, mettendo in opera le proprie facoltà attive, quegli eccelle fra gli asceti.
Quanto a te, compi le azione prescritte, perché l’azione è superiore alla inazione.”
(Bhagavad Gītā, III.7-9)
“Così gira la ruota cosmica.  Colui che, quaggiù, non la fa girare a sua volta, conduce una vita empia
e si compiace delle fruizioni sensibili, scorre invano la sua vita o figlio di Pṛtha”.
(Bhagavad Gītā, III.16) 

Il trionfo della Bhagavad Gītā, come proclama Mircea Eliade, risiede in questo suo donare la possibilità di rendere sacra ogni azione profana vivendola come un atto rituale, ovvero un gesto sacro offerto a Dio. Dissolvendo così nel sacrificio il frutto dell’azione, l’individuo non genera nuovo karma, si svincola dal ciclo delle rinascite e può finalmente aspirare alla liberazione!
Chissà quali insegnamenti elargirebbe Kṛṣṇa ad Edipo accompagnandolo nella Colono “argentea, radiosa e candida”. In quella nuova terra, Edipo, cieco e anziano è entrato in un universo uditivo e tattile apprendendo l’arte di conoscere in un modo diverso da quello a cui era abituato.
Sorretto dall’amore delle sue figlie si sposta da una conoscenza di tipo apollineo ad una conoscenza più intuitiva e prossima all’anima, incamminandosi verso un ascolto sempre più profondo e catartico.
O figlie, voi in questo giorno non avete più padre. Quanto faceste per me è finito e non avrete più il peso del mio sostentamento. Ma una sola parola cancella tutte queste sofferenze: da nessuno potete avere più amore che da quest’uomo”.
Edipo nato come eroe mitico scampando fortunosamente alla morte subito dopo essere stato messo al mondo, a Colono diviene un “antieroe”; proprio in tale città, dove i nevralgici interrogativi su ciò che è accaduto, lasciano spazio all’eterno presente, si incammina in un processo di individuazione del “daimon”.
La visione del daimon funge da spirito guida per la sua cecità; la stessa viene trasformata in una porta di accesso all’ulteriorità di senso che l’inconscio personale e collettivo racchiudono e che può rivelarsi come una epifania nel momento in cui si adotta una visione simbolica.
Sarebbe poetico e suggestivo immaginare Kṛṣṇa nell’atto di accompagnare Edipo in una ulteriore forma di ascesi, laddove si dissolva nel sacrificio il frutto dell’azione e laddove l’azione profana vissuta come un atto rituale venga sacralizzata in un tempo che non ha né inizio né fine.
Hari Om Tata Sat!  Sereni sogni e serene riflessioni, Gaia

Bibliografia 

Caramazza, E. (2024) L’Ombra assoluta, Moretti & Vitali Editori: Bergamo.

De Santillana, G. (1968/1985) Fato antico e moderno, Adelphi: Milano.

Hillman, J. (2009) Il codice dell’anima, Adelphi: Milano.

Kerényi, C. (1951/1963) Gli Dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore: Milano.

Galimberti, U. (1997), La terra senza il male: Jung dall’inconscio al simbolo, Feltrinelli: Milano.

Panikkar, R. (2004), L’esperienza della vita: la mistica, Jaca Book: Milano.

Platone (1977), Repubblica, X, 617d-617e; Laterza: Roma-Bari.

Jung, C.G. Opere, Bollati Boringhieri: Torino

– 1947/1954 “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, nel vol. VIII.

– 1934/1954 “Archetipi dell’inconscio collettivo”, nel vol. IX/1.

Jung, C.G. (1961/1992) Ricordi, Sogni, Riflessioni, Bur Rizzoli: Milano.

[1] δρᾶμα, “dramma” deriva da δρὰω, “agire”.

[2] Edipo a Colono è una tragedia scritta da Sofocle e rappresentata postuma nel 401 a. C.

[3] Edipo re, tragedia scritta da Sofocle, è tra le più conosciute dell’antica Grecia. E’ parte delle tragedie tebane, relative al ciclo mitologico dei Labdacidi, i figli di Labdaco, a sua volta discendente di Cadmo, fondatore della città di Tebe.

[4] C. Kerényi (1951/1963), pag. 45.

[5] Caramazza (2024), pag. 275-276.

[6] De Santillana (1968/1985), Fato antico e moderno, pag. 12.

[7] Jung (1947/1954), pag. 208-217.

[8] Jung (1934/1954), pag. 20.

[9] Jung (1947/1954), pag. 206.

[10] Galimberti (1997), pag. 185.

[11] Caramazza (2024), pag. 290.

[12] la divinità greca del destino, della necessità ineluttabile.

[13] Cloto, Lachesi e Atropo, chiamate Moire in greco, o Parche in latino.

[14] Platone (1977),  pag. 699.

[15] Vedasi le similitudini con la teoria della ghianda di Hillman (2009).